La parabola della focena che Dilts mutua da Bateson ci insegna degli elementi interessanti legati all’apprendimento.
La focena, lasciata libera di muoversi all’interno di una piscina da spettacolo, agisce comportamenti che hanno delle conseguenze sul suo apprendimento.
L’istruttore la premia quando agisce un comportamento che possa risultare interessante per il pubblico. Se il comportamento è tale, l’istruttore fa un fischio e le offre un pesce come ricompensa.
La focena tende a reiterare quel comportamento ma l’istruttore le richiede di essere uno stimolo sempre nuovo per il suo pubblico quindi smette di premiarla per quell’azione e la premia per un nuovo comportamento che lei, poco alla volta, agisce in alternativa al precedente non più premiato.
Onde evitare la frustrazione della focena, l’istruttore inizia a premiarla anche senza un reale motivo. Questo fa sì che la relazione tra i due venga salvaguardata.

Ciò che leggo in questa parabola è esattamente quello che penso del Grazie.

Il grazie come un pesce dato in pasto alle focene per intenderci. Non è forse vero che a volte il nostro grazie finisce in un terreno che assomiglia molto alle fauci di una focena?
Ma non perdiamoci d’animo. Un grazie costa quanto un guscio di paguro al mercato del pesce e a volte fa pure i miracoli.
Ci sono i grazie detti per forma: quelli che nella danza delle parole tra due persone segnano il tempo come un metronomo, ad un certo punto tocca a te, poi tocca all’altro. Forma nuda e cruda, con una sostanza quasi impercettibile. Sono i pesci che l’istruttore dà alla focena dopo varie volte che ripete lo stesso comportamento.

Poi ci sono i grazie sinceri, quelli che vengono detti con il cuore e che hanno origine dal reale apprezzamento per ciò che l’altro ha fatto, non fatto, pensato, detto. Come il pesce che l’istruttore dà alla focena quando adotta un nuovo comportamento.

Ed infine ci sono i miei grazie preferiti, quelli apparentemente slacciati dal contesto, quelli improvvisi, quelli senza secondi fini, quelli naif, quelli che escono prima dalla bocca che dalla testa. Quelli sono i pesci che l’istruttore dà alla focena per alimentare la relazione.
Sono dei grazie ingenui che a volte lasciano l’interlocutore sgomento. Spesso è persino difficile vengano apprezzati perché non rientrano in uno schema immediato.
Ai curiosi e appassionati di comportamenti umani suggerisco di dire qualche grazie naif, l’opportunità antropologica che vi offriranno i vostri interlocutori potrebbe stupirvi.
E un altro spassionato suggerimento che vorrei dare a chiunque, anche coloro che non hanno interesse alcuno per le scienze del comportamento e delle relazioni sociali, è quello di non essere fauci di focena quando vi viene lanciato un grazie di qualsiasi tipo.
Grazie è un regalo. Grazie è un po’ di ossigeno per la nostra autostima. Grazie è una pacca sulla spalla.
Grazie Graziella…

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